mercoledì 18 marzo 2015

AGENZIA DELLE ENTRATE, NUOVO SCANDALO

Centinaia di dirigenti nominati illegittimamente. In ruoli di primo piano alla testa delle agenzie delle Entrate, delle Dogane e del territorio. In pratica il cuore del macchina fiscale italiana. Adesso decapitata da una sentenza della Corte costitituzionale. Una questione che si trascina da anni. Nonostante fosse stata sollevata più di una volta con ripetute interrogazioni parlamentari. Alla fine c’è voluta una pronuncia della Consulta per ribadire che i dirigenti della pubblica amministrazione vanno selezionati esclusivamente per concorso, anche nel caso di promozione di dipendenti già in servizio. In pratica, i giudici hanno dichiarato illegittima la norma che autorizzava le tre agenzie ad attribuire incarichi dirigenziali a propri funzionari con «contratti di lavoro a tempo determinato, la cui durata è fissata in relazione al tempo necessario per la copertura del posto vacante tramite concorso». Una decisione che adesso rischia di creare grandi grattacapi al ministero dell’Economia e delle finanze (Mef). Con un aspetto curioso. Che il grande accusatore di questo andazzo, Enrico Zanetti, che negli anni scorsi come semplice parlamentare, attraverso dichiarazioni e interrogazioni, aveva denunciato l’irregolarità delle nomine, adesso siede come sottosegretario del governo di Matteo Renzi proprio ai vertici del Mef.
SENZA APPELLO. Ma andiamo con ordine.  La questione di legittimità costituzionale è stata sollevata nel corso di un giudizio riunito avente ad oggetto tre ricorsi in appello, proposti dall’Agenzia delle entrate, per la riforma di altrettante sentenze proprio del Tar del Lazio. Il giudice di primo grado «aveva ritenuto che la norma regolamentare attuasse un conferimento di incarichi dirigenziali a soggetti privi della relativa qualifica» in «palese violazione» con le norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche. E per questo aveva annullato le nomine. Ma prima della definizione dell’appello dinanzi al Consiglio di Stato, nel 2012, un decreto del governo di Mario Monti aveva tentato di sanare gli incarichi dirigenziali nel frattempo attribuiti senza concorso. Una norma rispetto alla quale i giudici amministrativi di secondo grado hanno sollevato la questione di legittimità costituzionale. E che, secondo quelli della Consulta che l’hanno accolta, «ha contribuito all’indefinito protrarsi nel tempo di un’assegnazione asseritamente temporanea di mansioni superiori, senza provvedere alla copertura dei posti dirigenziali vacanti da parte dei vincitori di una procedura concorsuale aperta e pubblica». Non solo. Sono state dichiarate incostituzionali anche le successive proroghe degli incarichi che «fanno corpo con la norma impugnata, producendo unitamente ad essa effetti lesivi, ed anzi aggravandoli».
COME VOLEVASI DIMOSTRARE Eppure, come detto, la questione era già stata sollevata ripetutamente dall’allora deputato  Zanetti, ironia della sorte proprio di Scelta civica, il movimento fondato  da Mario Monti, premier del governo che ha dato vita alla norma cassata dalla Corte Costituzionale. La prima volta con un’interrogazione del 26 novembre 2013 al ministro dell’Economia in cui Zanetti, oltre alla «paventata illegittimità» delle nomine ed alla «deprecabile violazione delle norme in materia di pubblico impiego e pari opportunità nelle progressioni di carriera dei funzionari», pone l’accento su un’altra delicatissima questione che, a suo avviso, potrebbe mettere «a rischio anche il gettito erariale». Perché «gran parte degli avvisi inviati dall’Agenzia delle entrate e, a cascata, delle cartelle esattoriali notificate da Equitalia potrebbero risultare nulli, ove i primi risultassero firmati da dirigenti privi della relativa qualifica in quanto illegittimamente nominati». Ma la risposta del governo costringe Zanetti a rimettere mano a carta e penna per scrivere una seconda interrogazione, meno di un mese dopo. Obiettando che «in data 27 novembre 2013, il sottosegretario Baretta forniva una dettagliata risposta scritta di ben otto pagine che però, già nel suo secondo paragrafo, esplicitava la provenienza della medesima con la locuzione: «Al riguardo l’Agenzia delle entrate riferisce quanto segue». Insomma, secondo Zanetti, l’intera risposta del ministero dell’Economia conteneva «la mera trasposizione dei fatti e delle considerazioni esposte dall’Agenzia delle entrate», ossia l’ente oggetto dell’interrogazione, «senza alcuna apparente valutazione da parte del ministero».
DIRIGENTI ILLEGITTIMI, ATTI NULLI Una sentenza, quella della Consulta, dagli effetti potenzialmente imprevedibili. E che lascia aperto un interrogativo: quale sarà il destino degli atti posti in essere dai dirigenti illegittimamente nominati? Domanda non secondaria se si tiene conto dell’estensione della pratica cassata dalla Corte. In un’altra interrogazione del gennaio 2014, è sempre  Zanetti, richiamando una sentenza del Tar del Lazio del 2011, a parlare di «ben 767 funzionari su 1.143 totali», quindi più della metà, «nominati in modo illegittimo». Ed è lo stesso Zanetti, sentito da ilfattoquotidiano.it, ad ammettere oggi che quello della validità degli atti firmati da dirigenti illegittimi «è un tema non infondato da valutare attentamente». Insomma un bel guaio. «C’è stata un po’ di sottovalutazione del problema che io avevo posto già diverso tempo fa – spiega il sottosegretario all’Economia –. Non ho mai fatto mistero che la vera riforma consiste nel rimodulare la macchina fiscale». Perché, per dirla ancora con le sue parole, oggi c’è «uno sbilanciamento eccessivo a favore delle agenzie che dovrebbero invece essere braccio operativo del Mef, in capo al quale vanno concentrate tutte le funzioni legislative, di interpretazione normativa, di controllo e di audit».
INDIPENDENZA A RISCHIO Poi c’è un’altra questione. Quella degli effetti che le nomine bocciate dalla Consulta hanno e possono determinare all’interno dell’amministrazione. «La gestione prolungata e non provvisoria, come sottolinea la Corte Costituzionale, di incarichi a tempo determinato e su mandato fiduciario, di fatto da parte della dirigenza apicale, si ripercuote negativamente sulla stessa agenzia – argomenta Zanetti –. Si parla spesso della necessità che i dirigenti siano indipendentidalla politica, ma non si parla affatto della necessità che quegli stessi dirigenti siano indipendenti anche rispetto alle loro dirigenze apicali. Perché se a livello intermedio dipendi da un dirigente apicale a cui devi la tua nomina, è chiaro che tutto diventa meno trasparente». Ma forse non tutti i mali vengono per nuocere. «Chissà che questa sentenza – conclude Zanetti – non ci dia almeno l’occasione per mettere veramente mano ad un riassetto della macchina fiscale italiana».

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